“Oggi l’accelerazione delle innovazioni scientifiche e tecnologiche rischiano di superare la capacità dell’essere umano medio e delle strutture sociali di adattarsi e assorbire i cambiamenti” Così Thomas Friedman sintetizza il pensiero di Eric Teller nel libro “Grazie per essere arrivato tardi”. Il concetto esposto è rappresentato a livello visuale attraverso un grafico, ricostruito in figura 1.

Questa riflessione di Eric Teller è stata ripresa ed ulteriormente sviluppata da Josh Bersin, Bill Pelster, Jeff Schwartz e Bernard van der Vyver di Deloitte nell’introduzione al report “Rewriting the rules of digital age: 2017 Deloitte Global Human Capital Trends”. Gli autori concordano solo parzialmente con le conclusioni di Teller. Se da una parte riconoscono che, nel tempo, il gap sta progressivamente allargandosi, dall’altra sono convinti che gli individui abbiano una capacità di adattamento alle nuove tecnologie molto veloce e invitano a considerare separatamente le curve dell’adattabilità degli individui, delle imprese e delle istituzioni poiché le relative capacità di adattamento sono differenti come illustrato nel grafico riportato in figura 2.

Entrambe le riflessioni sono estremamente interessanti e mi hanno ispirato il grafico che vedete in figura 3, relativo alla velocità della trasformazione digitale in atto e alla capacità di adattamento che, mostrano persone e strutture sociali.

Concentro la mia riflessione solo sulla trasformazione digitale e non sulla tecnologia nel suo complesso in quanto ritengo che, tra tutte le innovazioni che alimentano questa fortissima accelerazione tecnologica, la trasformazione digitale rappresenti l’aspetto più pervasivo di questo progresso esponenziale che coinvolge, o potrà coinvolgere, ogni aspetto della nostra vita privata, lavorativa e sociale.

Ritengo significativo, come suggerito dal team di Deloitte, differenziare le capacità di adeguamento di individui e strutture sociali alla trasformazione digitale e concordo nel ritenere che le istituzioni pubbliche abbiano più difficoltà delle imprese, e queste degli individui, nell’interiorizzare il grande cambiamento in atto.

Preferisco parlare di debito tecnologico piuttosto che di gap da colmare, poiché più tardi ci si attiva e più alti sono gli interessi da pagare per recuperare il divario accumulato.

Individui

Le persone, in generale, sono molto più reattive delle aziende nell’adottare le tecnologie digitali emergenti. A livello consumer, questa reattività è sotto gli occhi di tutti, non si spiegherebbe altrimenti la diffusione planetaria di smartphone e piattaforme social come Facebook ed Instagram. Ma quando ci spostiamo dall’universo consumer all’universo business, la capacità di adattamento degli individui, a mio parere, non si discosta molto da quella aziendale. Molti posti di lavoro scompariranno nel prossimo futuro. Molte persone che ricoprono ruoli anche rilevanti rischiano di diventare obsolete con l’evolversi del cambiamento in atto. Se da una parte la preoccupazione è tangibile, dall’altra non vedo una grande reattività, un’ansia di comprendere le implicazioni del cambiamento e di dotarsi di nuove competenze per mantenersi, o ritornare, competitivi nel mercato del lavoro. Forse c’è una sorta di smarrimento. Si parla da più parti dell’esigenza di un apprendimento continuo, ma le persone non hanno una chiara idea di dove iniziare, del percorso da intraprendere, di dove puntare e di quali strumenti formativi utilizzare. Se il cambiamento è percepito come minaccia, la prassi più praticata è la resistenza al cambiamento.

Aziende

Molte aziende, soprattutto medio-piccole, sono in attesa. Nessun imprenditore vuole che la propria azienda faccia la fine di Kodak o che un nuovo concorrente renda irrilevante o marginale la propria capacità di fare business. Ma hanno di fronte un territorio ignoto, di cui non comprendono linguaggio e dinamiche. Non si tratta di acquisire un nuovo software gestionale o una nuova macchina a controllo numerico, per fare meglio le cose che si sono sempre fatte prima. Si tratta di reinventare prodotti e servizi; di ripensare le modalità con cui sono creati, veicolati e commercializzati; di acquisire competenze e talenti per ridisegnare il futuro della propria azienda; di creare, con nuovi partner, inediti ecosistemi in cui muoversi ed operare con successo. Si tratta di entrare in un mondo nuovo dove bit e atomi sono strettamente integrati tra loro. Un mondo popolato da tante sirene digitali che promettono di ottenere risultati miracolosi con l’adozione delle loro soluzioni, ma che spesso hanno pochissima esperienza del mondo degli atomi, e che sono, a loro volta, alla ricerca di un nuovo posizionamento. Mancano in azienda, e/o fuori, figure di collegamento in grado di suggerire all’imprenditore i percorsi da intraprendere, senza avere interessi in specifiche soluzioni, ma con una conoscenza aggiornata di quello che il mercato può offrire e delle tendenze che ne condizioneranno il futuro.

Istituzioni pubbliche

La maggior parte delle istituzioni pubbliche mostra grandi difficoltà nel tenere il passo con lo sviluppo tecnologico. Manca una comprensione piena del fenomeno e, di conseguenza, la capacità di governarlo dal punto di vista politico, proprio nel momento in cui ce ne sarebbe più bisogno. Solo per fare un esempio, si sta ancora discutendo in Italia e in Europa su come gestire il fenomeno Uber quando i veicoli a guida autonoma sono già dietro l’angolo, ed il concetto stesso di mobilità sta assumendo nuovi inesplorati connotati. Ci sarebbe bisogno di una visione più olistica e lungimirante, di una nuova capacità di indirizzo per orientare gli investimenti verso un futuro di valore. Prendiamo Internet. C’è uno sforzo meritevole per rendere la banda larga disponibile su tutto il territorio nazionale. Al di là delle diatribe tra Open Fiber e Tim e di risultati ancora decisamente al di sotto delle aspettative, ci si sta comunque muovendo. Ma il punto a mio parere è un altro: banda larga perché e per chi? Sarà un’infrastruttura per permettere alle aziende di essere più competitive e alle città di essere più smart, o sarà un’infrastruttura per veicolare meglio, e in quantità sempre maggiori, contenuti multimediali? Secondo l’ultimo Cisco Visual Networking Index (VNI) Complete Forecast del 2017, la percentuale del traffico di video sul traffico Internet totale passerà dal 67% del 2016 all’80% del 2021. Un dato impressionante che dovrebbe far riflettere i nostri decisori politici. La nostra infrastruttura sarà solo destinata a supportare questa crescita? Se così fosse, mi chiedo che valore potrà portare alle nostre aziende e città? In Olanda hanno orientato gli investimenti per realizzare una infrastruttura a copertura nazionale per la gestione dell’internet delle cose con lo scopo di favorire lo sviluppo digitale di aziende e città. Più di un milione e mezzo di dispositivi sono già connessi. Un chiaro indicatore di come la politica possa, e debba, avere un ruolo determinante nel disegnare il futuro digitale di una nazione. E da noi? Lasciamo il nostro futuro in balia del cosiddetto mercato o siamo in grado di elaborare politiche capaci di creare reale valore? Attendiamo segnali.

Bibliografia

Friedman, T. L. (2017) “Grazie per essere arrivato tardi”, Mondadori

Bersin, J., Pelster, B., Schwartz, J., van der Vyver, B., (2017) “Introduction: Rewriting the rules of digital age” in “2017 Deloitte Global Human Capital Trends”

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