Il 15 ottobre 2018, il Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha annunciato un piano per la creazione di un nuovo college incentrato sull’Intelligenza Artificiale con un investimento stimato di 1 miliardo di dollari, il 66% dei quali già raccolti. A questo proposito si può vedere l’articolo pubblicato sul New York Times.

Lo scopo di questo ingente investimento, secondo quanto affermato dal presidente del MIT L. Rafael Reif è quello di educare i “bilingui del futuro”, dove per “bilingui” Reif intende persone che abbiano competenze sia nel loro campo specifico (biologia, chimica, storia, etc.), sia nelle nuove tecnologie digitali, più specificatamente nell’intelligenza artificiale.

Data la pervasività delle tecnologie digitali, il focus del MIT è quello di creare i professional del domani in grado di sfruttare appieno, nel loro campo di competenza, tutto il potenziale e le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale. In seconda battuta, lo scopo di questa operazione, evidenziato da uno dei più grandi finanziatore dell’operazione, Stephen A. Schwarzman, è anche quello di contribuire mantenere il primato globale degli Stati Uniti nel settore delle nuove tecnologie digitali, primato minato, ora più che mai, dai grandi sforzi che il governo cinese sta mettendo in atto per progredire nell’uso dell’intelligenza artificiale.

Mi ha molto affascinato questa interpretazione del bilinguismo data da Reif, poiché ha il potere di sintetizzare in un termine come dovranno essere le figure professionali del futuro.

Se concordiamo sulla pervasività inarrestabile delle tecnologie digitali in ogni settore e sul fatto che questo bilinguismo stia velocemente imponendosi come il “new normal”, spostando il focus dai professional ai manager (e, perché no, agli imprenditori), anche i manager dovrebbero adeguare il proprio bagaglio di competenze, cercando di ridurre un debito tecnologico, che diventa ogni giorno più elevato. Debito che se non affrontato in maniera adeguata può portare, a livello personale, ad una rapida obsolescenza del manager, mentre a livello aziendale, a compromettere in maniera irreparabile la competitività dell’impresa.

Cosa significa essere manager “bilingui”? A mio parere significa possedere le competenze necessarie, da esercitare sia nel momento decisionale, sia nella gestione delle attività, per potersi agilmente destreggiare in questo “new normal”. Significa diventare consumatori consapevoli di conoscenza digitale, ovvero, acquisire la capacità e le conoscenze per:

  • esplorare le opportunità offerte dal digitale e individuare e analizzare le implicazioni che ne comporta l‘adozione e l’utilizzo,
  • decidere quali tecnologie adottare per mantenere competitivo il proprio business
  • gestirne adeguatamente l’implementazione e l’uso
  • accompagnare i propri collaboratori in questa transizione, contribuendo a creare un’organizzazione orientata all’innovazione e una cultura dell’innovazione e dell’apprendimento continuo (lifelong learning)

Se riteniamo necessario un aggiornamento “digitale” delle competenze dei manager, dovremmo, a monte, avere dei formatori di management con un bagaglio teorico ed esperienziale adeguato a questo scopo, affinché la formazione erogata possa assicurare un aggiornamento effettivo delle competenze manageriali nella direzione indicata.

Quest’ultimo argomento a mio parere merita una più approfondita riflessione. Quale contributo sta dando e potrà dare in futuro l’Accademia (università, business school, etc.)? E gli altri Enti di Formazione? Come qualificare e certificare formatori di management “bilingui” e come accreditare gli Enti di Formazione, per dare delle garanzie ai fruitori della formazione da questi erogata? La reputazione acquisita in passato è un elemento sufficiente di garanzia per il futuro? Come variano le modalità di erogazione della formazione?

Non ho risposte, ma spero che si apra presto un serio e pragmatico dibattito sull’argomento.

 

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