Alcune riflessioni su un interessante contributo (intervista a Carlo Alberto Carnevale Maffé, docente di strategia e politica aziendale SDA Bocconi) apparso su www.industriaitaliana.it.

Se osserviamo il livello di adozione delle nuove tecnologie nei singoli ambiti di applicazione, notiamo che in Italia questo è molto alto nella produzione, un po’ meno nello sviluppo, basso nel commerciale e ancora più basso nei servizi. Dunque dobbiamo cambiare strada, perché rischiamo di percorrere quella sbagliata. Si deve investire non sull’hardware in sé, ma sull’intangibile. Appunto perché il cuore del mondo 4.0 non è la fabbrica in sè, ma è l’ecosistema digitale esteso a monte e a valle: la nuova moneta di scambio è il dato, il linguaggio giusto è quello formale del digitale dove forma e sostanza coincidono per dirla con Aristotele.

Il cuore del mondo 4.0 non è la fabbrica in sè, ma è l’ecosistema digitale esteso a monte e a valle

Non è una cosa che si vende sul listino, il 4.0, neanche con l’Iperammortamento: è un percorso imprenditoriale, e al contempo una sfida culturale e organizzativa. Si parla di “servitization”: non è più l’oggetto in sé quello che si vuole, ma si cerca il servizio che questo può offrire. Il 4.0, poi, riguarda le persone, i processi, le provvigioni e le prospettive; e questo perché non è solo fabbrica, ma un ecosistema digitale esteso. Quanto alle persone, il 4.0 è premessa per il dialogo industriale, non solo commerciale.

Carnevale Maffé snocciola nuovi ruoli emergenti in azienda: «Il direttore del dialogo, il direttore operativo all’interoperabilità, il capo della disruption digitale. E se trovate solo ingegneri snob e con la puzza sotto il naso, prendete un perito e formatelo. Riempitegli la valigetta non con prodotti da vendere ma con impegni agli standard e all’interoperabilità». Quanto ai processi, il 4.0 è una conversazione sui confini del business. «Si tratta – continua Carnevale Maffé – di un cambiamento radicale della sintassi del linguaggio organizzativo. Non basta parlare l’inglese o il cinese; da un punto di vista formale, bisogna invece conoscere i linguaggi di programmazione, per esporre i dati in logiche interoperabili. I dati vanno scambiati, ed è questo un elemento più importante della automazione della fabbrica».

Non si tratta, infatti, di installare robot per manipolare i pezzi; ciò che installiamo, in definitiva, è un assetto organizzativo diverso. Non trasferiamo la proprietà di beni e servizi, ma mettiamo in funzione un’infrastruttura organizzativa nuova». In questa logica, il focus si sposta dal prezzo al servizio: i prodotti personalizzati non hanno un prezzo di listino, ma hanno specifiche spesso non comparabili e quindi non confrontabili in quanto fatte su misura per i processi del cliente.

Se osserviamo il livello di adozione delle nuove tecnologie nei singoli ambiti di applicazione, notiamo che è molto alto nella produzione, un po’ meno nello sviluppo, basso nel commerciale e ancora più basso nei servizi. Per esempio, se prendiamo in considerazione la meccatronica, il livello generale è pari al 50%; ma la quota di adozione è assai diversa nelle quattro attività correlate: 69% nella produzione; 43% nello sviluppo; 12% nel commerciale e 11% nel servizio. Il livello di adozione nella robotica, invece, è del 51%, che va così declinato: 80% nella produzione; 22% nello sviluppo; 9% nel servizio e 8% nel commerciale.

Quanto alla robotica collaborativa (11%), si osservano questi livelli: 64% per la produzione; 39% per lo sviluppo; 10%per il servizio e 7% per il commerciale. Nel caso dell’IoT (27%), domina la classifica lo sviluppo (44%), seguito dal servizio (37%), dal commerciale (35%) e dalla produzione (34%). Il servizio è importante nei Big Data (34%) e nella sicurezza informatica (56%). Ma in generale negli altri campi (cloud, stampa 3D, simulazione, nanotech e materiali intelligenti) produzione e sviluppo hanno la meglio su commerciale e servizio. «Ciò non va bene – commenta il docente – perché così il focus resta sulla manifattura, mentre il 4.0 è un discorso sui confini dell’organizzazione, sul dialogo a monte e a valle».

Il fatto è che non possiamo battere gli asiatici sul numero dei robot, perché hanno già vinto loro

In effetti i robot industriali in Asia crescono più del quadruplo rispetto all’Europa, e quasi cinque volte rispetto agli Usa. E la distanza tra l’Asia e gli altri continenti si incrementa di anno in anno. E allora, che si fa? «Noi – continua Carnevale Maffé – dobbiamo batterli sulla capacità di dialogo e di interazione. Il bello dell’Italia è che ha già sviluppato questa abilità nelle filiere e nei distretti, anche se solo in forma analogica. In pratica le aziende parliamo già la stessa lingua, ma ora si tratta di comunicare con il linguaggio digitale, che è poi la sintassi formale dei processi».

In un mercato orientato ai servizi, il prodotto è pensato per essere “servito”. E tutta l’organizzazione diventa una service factory. È la fabbrica dello sviluppo: in tutte le economie avanzate, i servizi rappresentano dal 70% all’85%del Pil. Negli Usa, l’80% degli incrementi di produttività sono derivati, negli ultimi 20 anni, dai servizi. E in una economia dei servizi, tutti sono sulla front-line rispetto ai servizi. Si deve parlare pertanto di People-as-a-service. «Il cuore del mondo 4.0 – afferma il docente – non è la fabbrica. È l’ecosistema. Quindi non si deve parlare di Made in Italy, quanto di “Made to serve”. Quella dell’azienda è una promessa di servizio. Dobbiamo dare per scontata l’eccellenza del prodotto; e progettare i nostri prodotti perché siano serviti a 360 gradi 24 ore al giorno». Secondo il docente, la servitization è un atto di maternità organizzativa. «Nell’Industria 4.0 un prodotto è un figlio che non si può abbandonare – afferma Carnevale Maffé -. La paternità è talvolta un atto estemporaneo, accidentale; la maternità – culturale e organizzativa – è un impegno permanente e irrevocabile. Perché fare tecnologia è scelta di responsabilità educativa, di devozione professionale, di continuità generazionale».

Piccola e grande impresa sono gemelli diversi dell’Industria 4.0. Chi ha i dati, partecipa al grande mercato: la scala ce la mette l’ecosistema. Chi è più veloce, arriva prima ai bordi.

La funzione della digitalizzazione non è quella di ripetere lo stesso processo, ma quella di fornire previsioni sull’andamento del processo, in modo che si possano prendere tempestivi provvedimenti per attuare miglioramenti. Servono macchine intelligenti, in grado di apprendere. Dunque il processo del machine learning contempla tre fasi: descrizione, previsione e prescrizione. E dal momento che le cose stanno così, la nuova moneta è il dato.

Fonte: http://www.gianniprevidi.net/

Gianni Previdi opera nel campo del management & information technology dagli anni ottanta; Dopo aver fondato e diretto società di consulenza, ora opera, mettendo a disposizione la propria esperienza, in qualità di consulente direzionale per diverse organizzazioni nelle seguenti aree:

  • logistica dell’informazione – allineamento asset tecnologici e management;
  • marketing e comunicazione – disegno di una strategia di marketing umanistico.

È autore di 4 pubblicazioni “Internet e new media – i nuovi paradigmi” prodotto e pubblicato da Kpress – 2000; “Net-Vision – Energia Digitale” Mucchi Editore – 2002; “Il valore dell’informazione” Franco Angeli Editore 2009, “Social.Media.Mente” Phasar Edizioni 2014. Di prossima pubblicazione “Smart Management”.

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