In Italia, i piani Industria e Impresa 4.0 hanno spinto e sostenuto gli investimenti nelle tecnologie abilitanti per la trasformazione digitale dei processi produttivi ed hanno stimolato la fase di svecchiamento del parco macchine italiano, che risultava essere abbondantemente vetusto.

Anche se ciò potrebbe portare a pensare che, contestualmente all’aggiornamento delle macchine, siano stati anche rivisti i processi produttivi, purtroppo, a smentire questa ipotesi ci pensa il primo rapporto del Mise, secondo il quale in Italia Industry 4.0 non è affatto decollata.

L’adozione delle nuove tecnologie finora non è stata sufficiente ad innescare le trasformazioni produttive che la quarta rivoluzione industriale si prefigura di realizzare. I numeri dicono che meno del 15% delle imprese si sta muovendo nella giusta direzione, anche se ancora a piccoli passi, e solo alcune stanno cominciando a coglierne i primi piccoli frutti.

Un altro dato riportato nello stesso rapporto indica che oltre l’80% delle imprese nazionali non ha attuato fino ad ora alcuna vera trasformazione in chiave 4.0. In altre parole, per queste imprese è come se nulla stia succedendo. Un dato che, oltre ad essere decisamente molto deludente, è soprattutto molto preoccupante in virtù di tutti i rischi connessi alla potenziale futura incapacità di risalire su un treno in corsa che ormai sta raggiungendo una velocità troppo alta.

L’evidenza del permanere di uno stato per cui un significativo numero di imprese, soprattutto piccole, che non sembrano interessate a prender parte a questo straordinario momento di trasformazione, vuoi per assenza di visione del management, vuoi per mancanza di risorse da investire, rende lecito il porsi la domanda se esiste un problema specificamente italiano relativo alla cultura dell’innovazione.

Anche se malvolentieri, a questa domanda si è costretti a dare una risposta affermativa e come diretta conseguenza di questa valutazione, per non volersi arrendere e per cercare qualche spiraglio che possa ancora alimentare speranze di un cambiamento d’indirizzo, ci si deve chiedere come fare per superare questo ostacolo intrinsecamente culturale.

Una risposta la si può impostare solo se si riesce a rendersi conto di come questi blocchi metodologici e culturali si siano consolidati, addirittura calcificati, nel corso tempo. Solo un’analisi scevra da pregiudizi e che parta dal riconoscimento dei propri limiti può costituire un punto di partenza per un nuovo rinascimento delle imprese italiane.

C’è una bella metafora, presa a prestito dal libro “La nuova rivoluzione delle macchine” di E. Brynjolfsson e A. McAfee (rispettivamente direttore e ricercatore capo del Mit Center for Digital Business) che aiuta ad inquadrare meglio la situazione dentro la quale oggi ci si trova:
“Nel seicento le vacche vagavano libere nel Boston Common e nelle zone circostanti; nel tempo i sentieri da loro tracciati diventarono molto battuti, e con la costruzione di botteghe e case la gente li usò per passarci con i carri. Alla fine misero la pavimentazione, e nel novecento quasi tutti i sentieri furono asfaltati, e non c’erano più bovini in vista. Chiunque abbia provato a guidare a Boston può capire che avere strade progettate dalle vacche forse non è il massimo per una città moderna.”

Quindi la sfida è come fare ad evitare il rischio di una innovazione tecnologica non accompagnata da innovazione culturale, appunto come evitare di “pavimentare sentieri per vacche”.

Lo stesso concetto viene anche ripreso in un articolo dello scorso anno di Confindustria Digitale e dice che accatastare tecnologie, reti, piattaforme, software senza cambiare mentalità e cultura serve probabilmente, spesso a pavimentare sentieri per vacche”.

Un’ indicazione di come fare per uscire dal circolo vizioso è riportata ancora nell’articolo di Confindustria Digitale che afferma “la cultura digitale non è una disciplina ma è una nuova visione del mondo”.

La cultura digitale deve determinare un coinvolgimento a 360°, dal lavoro al vivere quotidiano, che, partendo dalla scuola (sic!), deve contaminare tutte le discipline, in un contesto coerente e con approfondimenti specifici che contengano i social, big data, IoT, robotica collaborativa, semantica del web, sicurezza e privacy senza dimenticare la capacità di far fronte ai soprusi che la rete purtroppo spesso consente.

Quindi tutte le discipline devono essere affrontate con nuovo slancio e con coinvolgimenti ed impegno che devono partire sin dalla educazione primaria, per proseguire nel percorso di crescita e di acquisizione di nuova conoscenza.

Il digitale non è innovativo in sé, la sfida è di trovare il coraggio, la forza, la determinazione di andare oltre, in altre parole ci vuole una “e-leadership” capace di qualificare un insieme di conoscenze, competenze e soprattutto attitudini necessarie ad introdurre innovazione digitale in un contesto migliorandone l’efficacia e arricchendone le potenzialità.

La cultura digitale non può e non deve essere racchiusa in ambito specifico e soprattutto non è e non deve essere appannaggio dei soli addetti ai lavori o degli specialisti di ICT, ma deve permeare tutto il tessuto sociale contaminandolo e rendendolo fertile e predisposto per fare nascere e sviluppare tutte le potenziali istanze d’innovazione che si possono generare.

Per quanto riguarda nello specifico le aziende, queste devono avere il coraggio di guardare verso nuove direzioni, anche sostanzialmente diverse da quelle tradizionali e che possono eventualmente determinare situazioni di poco comfort nelle leadership che le guida, perché potrebbero non sentirle alla loro portata.

Le aziende più fortunate, guidate da leader sensibili e innovativi, hanno già impostato il percorso di trasformazione e forse anche cominciato ad ottenere qualche ritorno concreto, ma questi casi sono più eccezioni che la regola. Partendo da questi casi virtuosi, che devono essere il riferimento e costituire il faro che illumina la strada per mantenere viva la speranza del cambiamento, si deve procedere nella direzione che è obbligata.

Oronzo Lucia – Corporate Automation Manager – Fameccanica Data S.p.A.

.