La particolarità di questo libro, fortemente voluto da ASFOR, è che è uno dei rarissimi libri dove non vengono illustrati in lingua italiana modelli di management anglosassoni, bensì modelli italiani di management sono proposti in lingua inglese. Da un lato, il libro si pone l’obiettivo di ribadire l’importanza dell’utilizzo dei casi come strumento di riflessione ed apprendimento nella formazione manageriale. Dall’altro l’opera intende valorizzare la cultura manageriale italiana, spesso sottovalutata rispetto a quella di altri paesi, o perlomeno porre all’attenzione internazionale alcuni casi significativi di un “Made in Italy” manageriale che ha contribuito e che contribuisce al successo del prodotto “Made in Italy” nel mondo.

Di seguito pubblichiamo un corposo estratto dell’introduzione.

Introduzione

La selezione proposta in questa pubblicazione riguarda casi di management del contesto italiano preparati per la Case Writing Competition promossa da Asfor, Associazione per la Formazione Manageriale in Italia[1]. Il tema proposto mostra aspetti originali e di interesse da almeno due punti di vista:

  • Il primo, per lo strumento di per sé. Nella sostanza la prima riflessione riguarda la verifica se il binomio “case study” e “management education” anche in Italia è ancora indissolubile e distintivo.
  • La seconda riflessione riguarda il tema, e cioè capire se esiste una specificità nelle questioni di management in Italia e se queste hanno un interesse nella comunità internazionale, vista la scelta di usare l’inglese come lingua per la scrittura dei casi.

Il metodo dei casi: alcune considerazioni di contesto

Pur essendo per molti più una tecnica che un metodo, è indubbio che l’utilizzo dei casi nella formazione manageriale implichi anche una scelta metodologica, a partire da una idea di formazione e di apprendimento ben determinata e largamente condivisa nella sua accezione nei contesti formativi: l’utilizzo dei metodi attivi per stimolare attività di diagnosi, scelta fra alternative, assunzione di ruoli simulata e lavoro di gruppo fra i partecipanti.

Il tema ha dominato la scena della formazione manageriale fino agli anni ’90, agendo anche da criterio di selezione e leva di accreditamento di qualità per le scuole che ne facessero ampio utilizzo e  lo dichiarassero quale uno dei fattori distintivi della loro offerta.

L’evoluzione dei processi formativi, “fuori e oltre l’aula”[2], hanno privilegiato forme, metodi e tecniche diverse negli ultimi anni, lasciando in uno stato “pressoché” di abbandono l’utilizzo del metodo dei casi e la riflessione  sui suoi obiettivi e sulle condizioni che lo caratterizzano.

Una riflessione sull’”utilizzo” del metodo dei casi, oggi rischia, quindi, di essere molto ardita, riportando il focus sull’aula e proponendo una versione “rinnovata” ma nella sostanza ortodossa di una idea di formazione apparentemente superata. Eppure ancora oggi il metodo dei casi facilita una convergenza di interessi fra i tre attori principali che compongono il sistema degli stakeholder della formazione, convergenza che è la base di una “buona” iniziativa formativa, a prescindere dai metodi, dai luoghi e dai tempi sviluppati. In questo contesto il metodo dei casi esplicita le diverse priorità, ma le riconnette in una comune visione. Gli attori coinvolti sono: il ricercatore/ docente, il partecipante e l’azienda.

Per il ricercatore/ docente, il metodo dei casi permette di facilitare il collegamento fra teoria e pratica e migliorare la comprensione delle key issue del business. Per il partecipante, l’utilizzo del metodo dei casi attiva capacità di apprendimento in azione e lavoro in gruppo e valorizzazione delle idee altrui. Per l’azienda che si presta a diventare un caso didattico, l’opportunità attiva azioni di change management interno, o diviene uno strumento di  “Employer Branding” e consolidamento di identità aziendale.

Case studies e management education: un binomio ancora inscindibile

La base di partenza per comprendere il valore del metodo dei casi nella management education sono una serie di riflessioni, in parte pre–giudizi, che ne hanno caratterizzato da sempre la relazione. Più in particolare, in ordine sparso  alcune considerazioni di fondo sembrerebbero caratterizzare l’oggetto di analisi:

  • Il legame fra utilizzo dei casi studies e management education è genetico e in qualche maniera distintivo di un certo modo di fare formazione che riguarda il mondo della formazione manageriale. Genetico perché il case study nasce e si sviluppa presso la Harvard Business School, icona di una formazione che integra saperi teorici e forte esperienza pratica, a cui tutte le business school, in tutto il mondo, sono dipendenti in termini di ispirazione e pratiche didattiche; distintiva perché si immagina che l’utilizzo del metodo dei casi nella didattica, non esclusivamente, ma in ogni caso distingue la formazione manageriale da quella accademica. Per le Business School essere differenti dal sistema universitario, pur essendone per larga parte organiche anche formalmente, è ancora oggi l’elemento di distinzione e la preoccupazione principale;
  • Si avverte una diffusa stanchezza nel sistema delle scuole, schiacciate dalla concorrenza delle Università e da un mercato nella sostanza almeno in Italia abbastanza compresso, che si traduce in un utilizzo, in parte ripetitivo, di materiale didattico prodotto nel passato o mutuato da sistemi, in primo luogo quello anglosassone, che ha abitudini alla formazione e mercati potenziali diversi. Fatica, stanchezza e riduzione della marginalità sembrerebbe aver ridotto lo sviluppo di un pensiero originale; per le scuole organiche al sistema universitario, fa fede la ricerca fatta in Accademia, anche se per larghi pezzi inutilizzabile nei contesti aziendali; la parte sviluppata in ambito professionale rischia di restare implicita nei saperi dei professional e trasferita con logiche di affiancamento che generalmente non ne attivano la capitalizzazione e la messa a regime di valore. Il risultato di questa situazione è una drastica riduzione dell’attività di ricerca e sviluppo materiali, che il mercato non paga più alla Business School, indotte e per certi versi costrette a riadattare format e contenuti sviluppati in ambiti e dalle finalità diverse;
  • La necessità di essere compliance al sistema delle Associazione di riferimento che a livello internazionale promuovono una case study competition. In chiave strategica Asfor intende occupare lo spazio di riflessione sul tema della formazione degli adulti, rafforzando la dimensione istituzionale delle scuole di formazione manageriale, in aggiunta e diversa dal sistema universitario;
  • L’intenzione di rivitalizzare la centrale dei casi Asfor, luogo che nel tempo aveva messo a disposizione del sistema delle scuole italiane casi e teaching notes di realtà italiane e che per motivi diversi, formali legati ai diritti di autore, informale per la “stanchezza” di cui si parlava nei punti precedenti, ha avuto un periodo di rallentamento nel suo processo di alimentazione;
  • Il desiderio di riportare al centro della riflessione la questione manageriale, ma soprattutto il ruolo manageriale, ridimensionato dalla crisi e da una generale sfiducia nel ruolo, alla ricerca di certezze di breve periodo che ne hanno svuotato nella sostanza complessità e senso organizzativo. Porre centralità alle questioni manageriali e ai dilemmi che quotidianamente sono sul tavolo dei manager significa riportare confronto, logiche e metodi didattici all’interno di una famiglia professionale in forte crisi di identità, appiattita fra l’execution del vertice  e l’operatività della base.

In realtà rispetto ai punti citati, l’iniziativa proposta presenta una fotografia abbastanza precisa, rafforzando alcune ipotesi e sgombrando il campo da alcuni pre -giudizi.

Per quanto riguarda lo sviluppo di case study, il numero di application fatto nelle due edizioni che compongono il nostro campione è senz’altro rassicurante. Sono stati raccolti in tutto 26 casi didattici, comprensivi di teaching notes, dai format diversi e abbastanza originali. Il vincolo imposto dalla Competition, e cioè il format condiviso, comunemente definito come Harvard Style, ha ridotto il campione eleggibile di circa il 25 per cento, tuttavia il dato resta confortante. Vi è uno zoccolo duro di uno dei membri più influenti di Asfor e poi una varietà interessante tra scuole e “corporate università”. La comunità scientifica e professionale in Italia – si può affermare – conosce i casi e il metodo sottostante, li scrive con una certa frequenza e utilizza gli standard internazionali condivisi.

Per quanto riguarda il potenziale “spazio scientifico” occupato dal case study, esso risulta il corollario di una serie di attività diverse per gli accademici, mentre per chi viene dal mondo delle pratiche, l’intenzione è quella di avere materiali didattici propri oppure di completare un mandato dell’azienda con il completamento del lavoro attraverso la consegna di un caso aziendale specifico. La qualità e la varietà dei materiali prodotti induce anche a poter dire che il metodo è ampiamente conosciuto, che la logica di affrontare le questioni manageriali risulta ancora oggi vincente e che il caso completa la preparazione di un docente di formazione manageriale, inducendolo a riflettere su questioni, piuttosto che dare soluzioni a quesiti dati. Anche in questo caso appare una forma originale e distintiva delle scuole per rafforzare la dimensione scientifica professionale della loro attività, in aggiunta e per differenza rispetto agli estremi del campo organizzativo della formazione manageriale, le Università e i mondi professionali. La sensazione è che la “stanchezza” a cui si faceva riferimento esiste, la produzione scientifica del mondo professionale si è ridotta, tuttavia è presente uno spazio di riflessione importante sulle pratiche manageriali che il mondo universitario lambisce distrattamente e il mondo professionale razionalizza poco e capitalizza tacitamente all’interno della propria comunità ristretta.

Se questo dato viene incrociato con la partecipazione al seminario su come scrivere un caso, promosso da Asfor contestualmente al premio, a cui hanno partecipato ventisei formatori, appartenenti a 17 istituzioni diversi, la situazione diventa ancora più interessante; la community esiste, mossa da motivazioni diverse, ma in ogni caso di un certo rilievo. Al momento la relazione diretta tra partecipazione al corso e scrittura di caso per la competititon non è ancora diretta, ma il legame fra le due iniziative è evidente e si attendono nel tempo risultati più diretti.

Per quanto riguarda dunque l’iniziativa da un punto di vista istituzionale, è indubbio che il sistema italiano pur avendo una sua specificità, interagisca con il proprio sistema istituzionale e lo strumento del metodo dei casi rappresenta un codice di uniformità e omologazione che permette lo sviluppo di progetti comuni e lo scambio di know how a livello internazionale.

La seconda questione rimanda all’esistenza dell’eventuale specificità di un modello di management in Italia, tale da giustificare un interesse e una sua diffusione nazionale ed estera, ma soprattutto più in generale sul senso e sul ruolo del quadro direttivo in Italia. Questa è probabilmente la questione più interessante, che questa pubblicazione pone in rilievo.

Se osserviamo, infatti, lo spazio generalmente dedicato al management in Italia, nella letteratura internazionale, la scena è occupata prevalentemente dai distretti industriali, dall’”industrial atmosphere” che regola il funzionamento di queste aree sistema, oggetto di studio e di replica, non sempre felice, in ogni parte del mondo. Questa riflessione è nella sostanza l’unica presente in letteratura, si riferisce a un periodo molto preciso delle dinamiche manageriali in Italia, oggi in forte crisi a causa delle dinamiche economiche internazionale e dell’affermarsi di logiche globali nella competizione. L’oggetto di analisi comunque la popolazione di impresa. Soltanto alcune aziende sono state studiate in questi anni a livello internazionale, grandi aziende a carattere familiare, considerate più episodi singoli che portatori di un modello manageriale proprio. La ridotta diffusione  di case study di realtà italiane e il relativo poco sforzo dedicato alla produzione di materiale didattico originale sulle questioni italiane ha appiattito molto il ragionamento sul management in Italia e l’abitudine a utilizzare l’inglese come lingua di mediazione ha favorito il ricorso sistematico ai database internazionali di casi e materiali, piuttosto che lo sviluppo di materiali propri. Da questo punto di vista il progetto intende restituire alla community di accademici e pratictioner a livello internazionale una fotografia dello stato dell’arte del management in Italia ricostruito attraverso i casi, di grande utilità per chi si trova  a lavorare in Italia, con aziende italiane, sia per relazioni commerciali che per relazioni proprietarie. L’utilizzo del caso, contrariamente alle case history e al diffuso utilizzo di storie di imprenditorialità, aiuta anche a ricostruire le principali questioni manageriali, presenti nelle imprese italiane.

Titolo completo: The Italian Model of Management
Autore: Luigi Serio
Editore: Greeleaf Publishing
Anno: 2016

Luigi Serio insegna Economia e Gestione delle Imprese In Università Cattolica e dirige i Master in Management della Fondazione Istud. E’ responsabile delle iniziative collegate alla Annual Case Writing Competition in Asfor.

Note

[1]Sono stati scelti i primi cinque casi classificati nelle due case competition, eccetto quelli di cui non è stato possibile ottenere la liberatoria alla pubblicazione. La Commissione nominata da Asfor è cosi composta: Presidente di Asfor,  Vladimir Nanut, MIB Trieste,  Elio Borgonovi, SDA Bocconi, Milano, Andrea Sianesi, MIP Polimi, Milano, Luigi Serio, Fondazione Istud, Mauro Meda, Asfor  Le prime due edizioni della Case Writing Competition sono state promosse da Asfor in cooperazione con Emerald.

[2] Boldizzoni D, Nacamulli R., Oltre l’aula, Apogeo, 2011