Di seguito un estratto del volume “Etica, responsabilità pubblica, imprenditorialità e management“, il nuovo libro di Elio Borgonovi, Mauro Meda, Mauro Montante, Vito Volpe, pubblicato da Franco Angeli. Il libro è pubblicato in open access, ossia il file dell’intero lavoro è liberamente scaricabile dalla piattaforma FrancoAngeli Open Access in formato PDF o EPUB all’indirizzo http://ojs.francoangeli.it/_omp/index.php/oa/catalog/book/408

L’analisi delle risposte ai questionari e quanto è emerso dai colloqui, nell’ambito della ricerca ASFOR “Etica, responsabilità pubblica, imprenditorialità e management”, suggeriscono alcune rifl essioni di sintesi. Sono rare le polarizzazioni nelle risposte relative ai questionari (1 e 2 per la discordanza e 6 e 7 per la concordanza), salvo il caso della domanda riguardante i dilemmi etici, nella quale invece i rispondenti esprimono in modo più netto le loro convinzioni. Non emerge una posizione sicuramente dominante e spesso restano possibili diverse soluzioni con differenze minime fra loro.

Infatti dall’elaborazione trasversale, che considera il “forte accordo” e il “forte disaccordo” di tutte le domande, non sembra emergere un deciso e condiviso riferimento concettuale. Anche dai colloqui emergono posizioni molto differenti tra loro.

Le risposte scelte come maggioritarie sono accompagnate da molti “anche”, “quasi”, molti “se” e molti “ma”, perché comprendono molte ambiguità, molte incertezze, molti dubbi.

Si dice ad esempio che la questione etica è presente nella cultura economico- manageriale, ma subito si chiarisce che nella cultura e soprattutto nei
comportamenti reali, la questione etica, che non può essere ignorata, almeno formalmente, sembra non trovare riscontro nelle prassi concrete.

Più diffusa è comunque la consapevolezza che non esistono soluzioni facili perché la questione etica sta nei fondamenti e nei paradigmi del modello economico e sociale in cui viviamo, che cercano comunque di regolare una competizione in cui alcuni individui e gruppi vincono e altri perdono. Le regole, i codici e nemmeno le pressioni delle lobby non garantiscono soluzioni chiare né in Italia né all’estero. Per questo modifi care comportamenti etici è un obiettivo sfi dante che non può essere perseguito con proposte riduttive.

Specialmente nei colloqui, viene riconosciuta e sottolineata l’inadeguatezza del capitalismo, la sua crescente iniquità nella distribuzione della ricchezza soprattutto in una fase, come quella attuale, in cui peraltro è decrescente la sua stessa capacità di produrre ricchezza e sviluppo. Sia dall’indagine quantitativa tramite questionari sia da quella qualitativa tramite colloqui viene confermato che non sembra emergere nella società alcun modello alternativo adeguato e accettabile.

È molto diffusa la denuncia di un vuoto, ma è quasi assente l’assunzione di responsabilità e di volontà di trasformazione politica, sociale ed economica.

Ci si muove in un interstizio stretto: il sistema vigente non funziona più, ma non si sa come cambiarlo.

Poiché l’etica è da tutti riconosciuta come l’effetto di una dialettica della società e nella società, lo spazio che resta è un “fai da te” individuale e individualistico, in cui ciascuno (stati, imprese, pubblica amministrazione, istituzioni, movimenti politici, gruppi e persino singoli individui) si inventa il suo “modello etico”, a propria immagine e somiglianza, escludendo a priori gli altri. Resta comunque l’impressione che rifl ettere sull’etica sia tutto sommato poco rilevante proprio perché essa è confi nata alla sfera privata, personale e pre-politica e incide sempre meno sulla sfera pubblica, morale, sociale e politica.

Si tratta di un’evidente debolezza e contraddizione della cultura attuale, poiché le grandi questioni etiche come la vita, la pace, la povertà, l’iniquità, l’ingiustizia, la sostenibilità, l’emergenza ambientale, l’emigrazione richiederebbero una visione universalistica, o per lo meno largamente condivisa e/o convergente, tutt’altro che personale e localistica. È questo un aspetto fondamentale. Più un principio etico è generalizzabile, più funziona come modello di riferimento e come integratore e regolatore sociale. Anche se la sua applicazione chiama in causa visioni e comportamenti a livello collettivo e individuale, la sua effi cacia è direttamente proporzionale al consenso che l’ha costruito e al processo che l’ha via via generato.

Al pari delle norme giuridiche e forse anche in misura maggiore, un principio etico va a costruire una norma interiore, un “super-Io” che punta a contenere le passioni, le emozioni, gli egoismi e ad arginare i comportamenti collettivi e individuali, dando ad essi armonia e compatibilità. Ogni modello etico porta con sé, infatti, un sistema sanzionatorio e uno reputazionale che ne motiva e ne orienta l’applicazione.

Su molte questioni tutt’ora aperte non c’è più o non c’è ancora un riferimento valido e riconosciuto erga omnes. Esistono due possibili interpretazioni di questa situazione. La prima secondo cui l’assenza di volontà esplicite e maggioritarie, cioè di valori condivisi, sia una conseguenza strutturale e per certi aspetti inevitabile dell’innovazione scientifi ca e tecnologica, della globalizzazione, della mobilità delle persone, della società digitale e connessa tramite rete. Una seconda interpretazione attribuirebbe a gruppi culturalmente, economicamente e mediaticamente dominanti azioni ed interventi finalizzati a indebolire la capacità dei corpi intermedi della società di regolare l’azione dei singoli e correggerla in una prospettiva di “interesse comune”, di armonia, di compatibilità fra volontà diverse, tutte legittime, in altri termini di indebolire i princìpi etici.

Qualunque sia l’interpretazione sembra evidente che non è possibile reagire a questa situazione con il fai da te. Non si può fare da sé e neppure subire una “tentazione autoritaria” in cui qualcuno decide per tutti. C’è bisogno di un’etica del pluralismo, come espressione di una volontà fi nalizzata ad includere e non escludere le differenze, gli interessi diversi, gli scopi che sono molteplici.

Talvolta si parla di etica, in una prospettiva troppo parcellizzata o addirittura individuale, come qualche cosa “fatta in casa”, solo per il proprio clan e perciò stesso incapace di costruire “comunità”, di regolare e dare forma a una società la più vasta e complessa possibile, tendente all’universale, all’eternità, alla specie, all’uomo totale.

Il mercato globale, la molteplicità degli scambi, la frantumazione dei legami, l’assenza di dialoghi, l’uniformità degli automatismi tecnologici del mondo digitale, l’attuale povertà della dialettica politica e la debolezza della leadership, il prevalere di un “pensiero debole”, ma tuttavia globalizzato, il crescente vuoto di senso nelle relazioni, rendono assai più diffi cile costruire un’etica come bene comune e come riferimento delle “transazioni”, delle relazioni sociali ed economiche. Soprattutto quelle economiche e di mercato in cui oggi prevalgono la competizione e gli interessi individuali.

Oggi si comunica tutto a tutti e per ogni evento, ma non si costruisce senso comune, un tessuto di valori valido per costruire umanità, relazioni, società. Resta una sola idolatria fortemente divisiva, quella del possesso, del denaro e della ricchezza che diviene la giustifi cazione, la scusa, l’obiettivo dell’agire prevalente. Per i soldi si giustifica tutto e la ricchezza è la misura del successo e della sconfi tta. In queste condizioni prevale una competizione “fine a se stessa” che non produce benessere e salute nella società, né etica come valore sociale. L’unico principio riconosciuto ormai da tutti come vincente è l’etica del capitalismo e dell’accumulazione: la virtù come ricchezza, ma anche la ricchezza come virtù.

Nei dialoghi con molti interlocutori viene osservato che i princìpi del capitalismo sono coerenti con una espansione senza fi ne. Non tengono conto però delle crisi, delle recessioni, della povertà che è comunque oggi in forte espansione. L’odierno mondo economico non ha eliminato la povertà, i malanni e le sperequazioni. Anzi, sembrerebbe che la ricchezza tenda ad accumularsi in poche mani, soprattutto in situazioni recessive, creando non una corsa per lo sviluppo, ma una guerra fra i poveri per la loro sopravvivenza.

L’etica dello sviluppo regolava la corsa più o meno meritocratica e creativa per stare meglio in tanti. Oggi, e da tempo, bisogna regolare soprattutto il “peggio”, la penuria, il lavoro che non c’è per tutti. Non si tratta più di regolare la distribuzione del prodotto ma di affrontare le problematiche della crescita lenta quando non addirittura della decrescita, che può essere tutt’altro che felice in quanto nessuno (o pochi) è disposto ad accettare sacrifi ci e iniquità, è disposto a tornare indietro.

Un grande sociologo americano del secolo scorso, Charles Wright Mills (1916-1962) definiva la società americana come una “macchina della razionalità senza ragione”, perché era regolata per la crescita e lo sviluppo, non per la crisi, non per il declino che comunque si manifestano sempre più spesso.
L’etica è una costruzione collettiva e sociale, progressiva e mutevole che serve per regolare le relazioni e la convivenza non soltanto sul piano economico.
Essa non vale quando prevalgono troppi interessi particolari o quando un sistema è fi nalizzato solo a un obiettivo che sovrasta tutti gli altri.

L’etica è soprattutto una forma di “alterità”, come presenza interiorizzata dell’altro, con le sue differenze e specifi cità. Comportarsi in modo etico signifi ca agire valutando gli effetti della propria azione in un contesto più ampio, in un tempo più lungo. Problemi enormi come il cambiamento climatico, la sostenibilità dello sviluppo, l’immigrazione, la pace, il lavoro non possono essere affrontati senza un pensiero che vada oltre i propri vantaggi immediati e corporativi.

Nella società di oggi prevale tuttavia un individuo narcisista, poco “soggetto” e quindi poco partecipe della società. Questa logica contiene implicitamente la legge del più forte “qui ed ora”, non l’etica delle relazioni, del pluralismo, dell’avvento come costruzione e attesa di un mondo migliore per tutti. Ci sono tante strade e tanti modelli etici. Ma tutti servono per agire nel plurale, nello Stato, nei gruppi, nelle specie, nel futuro, oltre sé e oltre il presente. I princìpi etici riguardano la vita e non solo la vita economica, riguardano la società e dunque tutti i soggetti che ne fanno parte e che si sentono di farne parte.

Soprattutto in Italia, ma non solo, si confonde spesso l’etica con l’ideologia e con il proprio pensiero politico. Così c’è un’etica di destra, di sinistra, di centro, di movimenti invece di utilizzare ogni opinione per costruire una sintesi pur mutevole, ma unificante. I princìpi etici sono una ricerca continua di coerenza e armonia. Questa ricerca conferma che l’etica è una questione che non sarà mai totalmente risolta, una questione aperta, ma che proprio per questo non può essere dimenticata, lasciata al caso, né alla faziosità dei propri interessi e delle proprie convenienze politiche, economiche e culturali.

C’è bisogno di una formazione etica che vuol dire imparare a guardare lontano e guardare con gli altri, e a cogliere i segnali della trans-formazione e del cambiamento. I princìpi etici si diffondono soprattutto attraverso l’insegnamento e l’esempio che gli altri sanno dare a noi e che noi sappiamo dare agli altri. Ciascuno con la propria storia, con i propri obiettivi e i propri desideri. È questo il dialogo fondamentale per costruire una società più solidale e condivisa.

La ricerca i cui risultati sono presentati in questo volume, che segue un analogo lavoro fatto nel lontano 1989 da ASFOR , si propone di riaprire una rifl essione sui princìpi etici nel lavoro e nell’economia, ricordandone la grande importanza attuale soprattutto per chi intende accettare la sfi da di provare a progettare e costruire un modello di economia post-capitalistica e di società cosiddetta post-moderna.

Gli autori:

Elio Borgonovi – È docente senior dell’Università Bocconi. È stato dean della SDA Bocconi e presidente ASFOR. Attualmente è presidente di APAFORM. È autore di numerosi scritti in tema di management nelle amministrazioni pubbliche, sanità, organizzazioni non profit e rapporti pubblico-privato.

Mauro Meda – È segretario generale di ASFOR e APAFORM. È ricercatore e valutatore ambito formazione manageriale ed è consulente aziendale in tema di sviluppo di risorse umane e organizzazione. Attualmente è docente di organizzazione e risorse umane dell’Universitas Mercatorum.

Mauro Montante – È partner, consulente e ricercatore ISMO sui temi di sviluppo organizzativo, change management, people management, gruppi e relazioni, inter-funzionalità, ruolo e organizzazione d’impresa. È autore di diversi articoli sul tema del rapporto tra etica e business.

Vito Volpe – È fondatore e presidente ISMO e da oltre 45 anni si occupa di sistemi organizzativi complessi e di relazioni umane all’interno delle più importanti realtà nazionali e multinazionali. Già docente senior all’Università di Parma e San Raffaele di Milano è autore di numerosi scritti in tema di gruppi e organizzazione.

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