Nel 2015 le aziende americane hanno distribuito agli investitori una cifra record di 1000 miliardi di dollari sotto forma di riacquisto di azioni e di dividendi come si evince dal report JP Morgan sulle società comprese nell’indice Russell 1000 (che rappresenta in termini di capitalizzazione, più del 90% del mercato statunitense). Le società quotate negli Stati Uniti hanno una liquidità di circa 2 trilioni di dollari che potrebbero essere investiti in nuove tecnologie ed innovazione per trainare la crescita. Invece sono sempre più spesi per riacquistare azioni. (David Trainer – Forbes feb 2016)

Dal primo trimestre 2012, con l’unica eccezione del 4° trimestre 2015, l’utile dopo le tasse delle aziende private americane è superiore ai 1600 miliardi di dollari a trimestre. Cifra mai raggiunta negli anni precedenti, come riportato dalla Federal Reserve Bank of St. Louis elaborando dati del US Bureau of Economic Analysis (nella figura seguente l’andamento del profitto negli ultimi decenni).

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Secondo quanto riportato dal Financial Times, Standard & Poor stima che nel 2015 ci sia stata a livello globale una riduzione del 10% delle spese per capitale (CAPEX), e che ci sarà una ulteriore riduzione nel 2016 (-4%) e nel 2017 (-2%). Da questo dato sembrerebbe che le aziende investano meno in beni durevoli. Da sottolineare comunque che le aziende del settore energetico e del settore dei materiali hanno avuto una ruolo determinante in questa riduzione.

Di fatto se si limita l’analisi alle 500 società comprese nell’indice S&P 500 non finanziario si ha che dal TTM (Trailing Twelve Months = periodo relativo agli ultimi 12 mesi) che finisce al 1 trimestre 2010 al TTM che finisce al 1 trimestre 2016, il riacquisto di azioni è incrementato del 231%, i dividendi sono aumentati del 90%, il CAPEX è aumentato del 59% (vedi la sintesi Fact Set del 27/06/2016).

Delle 10 aziende, comprese nell’indice S&P 500 non finanziario, che hanno investito maggiormente in Ricerca e Sviluppo negli ultimi 12 mesi, al primo posto troviamo Amazon con 13 miliardi di dollari. Delle restanti 9, 6 appartengono al settore dell’Information Technology e 3 al settore Farmaceutico/Sanitario. Apple è al 5 posto, ma ha investito in ricerca e sviluppo meno di tutte le altre in percentuale al fatturato.  (vedi la sintesi Fact Set del 27/06/2016).

Avreste mai pensato che un’azienda di sole 13 persone fosse valutata un miliardo di dollari? È il caso di Instagram che nel 2012 è stata acquisita da Facebook per l’incredibile cifra di un miliardo di dollari tra cash ed azioni (Wall Street Journal 10/04/2012).

Profitti e liquidità sono alle stelle eppure l’economia statunitense e mondiale crescono lentamente e sono fonti di notevoli preoccupazioni.  Rana Foroohar, in un illuminante articolo comparso su Time pochi mesi fa, identifica nel rapporto sbilanciato tra il mondo finanziario ed il mondo del business la causa principale di questa situazione.

Crediamo che questi argomenti non debbano essere relegati a materia per esperti di macroeconomia. Siamo tutti toccati da vicino dalle conseguenze di questi macro-trend. Come già faceva notare Lynn Forrester De Rothschild l’intervento Capitalists for Inclusive Growth del 2013 “Il bisogno di crescita, nello specifico di un tipo di crescita inclusiva in grado di garantire occupazione al gran numero di giovani senza lavoro e di combattere i livelli di una crescente disuguaglianza del reddito, non è mai stato cosı̀ vitale.”

La performance delle nostre aziende è sempre più condizionata dall’ambiente esterno. Non solo per i fenomeni di globalizzazione e “finanzializzazione” in atto ma anche per l’effetto accelerante e dirompente della digitalizzazione, fattore evolutivo fondamentale che sempre più sarà presente nei prossimi contributi. Non tenerne conto può essere altamente controproducente. Cogliere come l’ambiente sta evolvendo, ed individuare possibili scenari futuri, è molto più importante che sapere cosa sta facendo il nostro concorrente diretto. Incrementare la produttività può essere importante, ma se non rivolgiamo lo sguardo più in là, potrebbe non essere più sufficiente: non serve fare bene ed in maniera efficiente ciò che il mercato non chiede più (gli esempi di Nokia e Kodak sono estremamente esplicativi).

Riposizionare le proprie organizzazioni alla luce dei macro trend in atto è fondamentale. Come Performance Management Review desideriamo dare il nostro piccolo contributo attivando una riflessione su cosa sta succedendo e sui possibili scenari futuri e promuovendo un approccio outside-in al miglioramento della performance.

Stiamo collaborando con ISPI (International Society for Performance Improvement) per organizzare la prossima ISPI-EMEA Conference in Italia nel mese di settembre del 2017. Un evento importante dove esperti provenienti da vari paesi faranno il punto sull’evoluzione degli approcci alla gestione ed al miglioramento della performance richiesta dai nuovi scenari e dai nuovi ecosistemi.

Se siete interessati all’argomento, “stay tuned”.