Questo non è un articolo per commentare i recenti risultati elettorali di questo o quel partito, ma una riflessione su quella che, a mio parere, si configura come una sorta di “best practice” della Blue Ocean Strategy, applicata ad un movimento politico: il MoVimento 5 Stelle.

I partiti ed i movimenti politici sono delle organizzazioni che perseguono (o, in alcuni casi, dichiarano semplicemente di perseguire) gli scopi per cui sono nate.

Al di fuori dell’ambito politico, in generale le organizzazioni, per perseguire i propri scopi e raggiungere i risultati desiderati, adottano, più o meno esplicitamente, delle strategie. È possibile che ciò possa avvenire anche per le organizzazioni politiche? In linea teorica, ciò sarebbe non solo possibile ma auspicabile. In pratica le cose sono un po’ più complesse.

Quando parlo di strategia, non faccio riferimento a programmi elettorali o ad altri documenti programmatici, in quanto questi sono più orientati a descrivere gli intenti che si vorrebbero perseguire se si fosse al governo (di un comune, di una regione, di uno stato), piuttosto mi riferisco alle linee che l’organizzazione definisce e intende seguire per caratterizzarsi nelle sue specificità ed acquisire consenso.

Non sono molte le organizzazioni politiche che formalizzano una tale strategia ed adottano un approccio rigoroso per eseguirla. Il più delle volte si tratta di strategie poco formalizzate che rimangono a livello implicito e che subiscono mille rivisitazioni durante i periodi elettorali, come avete avuto modo di constatare in quello appena passato.

D’altronde, anche  se tali strategie fossero state elaborate ed esplicitate, certamente non sarebbe facile per organizzazioni così frammentate, differenziate e piene di tensioni al proprio interno, eseguirle con la necessaria continuità, disciplina e coerenza. Gli interessi personali ed i mille distinguo rappresenterebbero un ostacolo insormontabile all’attuazione di un’azione comune, sempre e comunque frutto di estenuanti negoziazioni. L’incertezza e mutevolezza del contesto sarebbero poi ulteriori elementi disincentivanti.

Fatte queste premesse, mi ha particolarmente colpito l’approccio del Movimento 5 Stelle (M5S). Senza entrare nel merito dell’indubbio successo elettorale, quello che ha catalizzato la mia attenzione è stato l’approccio strategico adottato e portato avanti dal movimento nel tempo, con costanza e coerenza. Approccio che contiene, a mio parere, fortissime analogie con la logica strategica proposta da Kim e Mauborgne in una serie di articoli per Harvard Business Review e formalizzata poi nel libro Blu Ocean Strategy (BOS) del 2005.

Ho la sensazione che i vertici del M5S conoscano bene la logica strategica illustrata da Kim e Mauborgne in Blue Ocean Strategy e abbiano deciso di applicarla rigorosamente al movimento. Se così non fosse, si tratterebbe di uno straordinario caso di “best practice”, al di fuori dell’ambito prettamente aziendale, che confermerebbe ulteriormente le intuizioni e le teorie esposte dai due accademici.

Come saprà chi ha seguito i miei scritti su Balanced Scorecard Review, considero le riflessioni di Kim e Maubourgne, l’evoluzione  più significativa del pensiero strategico  da quando Michael Porter ha posto le basi teoriche della strategia competitiva.

Per un approfondimento del pensiero di Kim e Maubourgne, rimando ai due articoli che avevo scritto prima della pubblicazione del libro (Value Innovation – un’alternativa alla logica strategica tradizionale – parte prima e parte seconda) e alla recensione del libro Blue Ocean Strategy.

La creazione di un nuovo spazio elettorale

Uno dei mantra della BOS è la creazione di “nuovi spazi mercato” o l’agire in “nuovi spazi mercato”.

Nell’oceano rosso, delimitato dai tradizionali confini del mercato, le organizzazioni agiscono per vincere la concorrenza ed incrementare la propria quota della domanda esistente. Nell’oceano rosso, più aumentano i concorrenti e più sono ridotte le possibilità di crescita e di successo. Per questo è necessario creare, metaforicamente, nuovi territori di caccia o meglio nuovi “spazi mercato” dove la concorrenza diventi irrilevante, il cosiddetto oceano blu.

Nella mia analisi, il concetto di “nuovo spazio mercato” può essere usato per definire il bacino degli elettori che avevano rinunciato ad esprimere il proprio voto, non andando alle urne o votando scheda bianca o nulla.

Il M5S ha, o ha avuto inizialmente, come focus principale proprio il bacino dei non votanti, di coloro che per rigetto delle politiche e dei partiti tradizionali, avevano deciso di astenersi dall’esprimere il proprio voto: un bacino in continua crescita negli ultimi anni.

Mentre gli altri partiti e movimenti politici si rivolgevano all’elettore convinto di esprimere il proprio voto e  trascuravano chi aveva deciso di non farlo, il M5S si è focalizzato su quest’ultimo target fornendo al non elettore la motivazione per tornare a partecipare attivamente al momento decisionale più importante per la vita democratica di un paese. Il messaggio era chiaro: piuttosto che dare una delega in bianco a uno qualsiasi dei contendenti nei quali non ti riconosci, dai una delega di rappresentarti al M5S che porta avanti istanze nelle quali ti puoi riconoscere: prima fra tutte il cambiamento delle regole del gioco, regole che ti avevano tolto la voglia di partecipazione.

Il passaggio fondamentale da fenomeno poco più che folcloristico (soli contro tutti = emarginati) a fenomeno politico (soli contro tutti = vincenti) si è avuto con l’elezione di un esponente del M5S a sindaco di Parma. Questo è stato, a mio parere,  il momento della svolta: la dimostrazione che si può fare, l’inizio del volano positivo che ha portato poi alla consistente affermazione alle regionali in Sicilia e alle politiche. Quello di Parma è stato un momento importante perché il risultato ottenuto ha permesso di validare la strategia perseguita, con grande soddisfazione, immagino, di chi l’aveva propugnata e difesa nel tempo. Ma anche perché ha dimostrato ad un elettorato incerto e disorientato, come quello italiano, che il cambiamento radicale propugnato dal movimento era possibile. Il M5S ha acquisito la credibilità di vincente.

Ma cosa significa cambiare le regole del gioco? Significa sconvolgere lo status quo, l’insieme di convinzioni e credo consolidati che condizionano la concorrenza in un determinato settore. Per quanto riguarda le aziende, ad esempio, il fare business in uno specifico mercato. Per quanto riguarda i partiti, le modalità dell’agire politico.

Se provate a disegnare la curva valore, o il profilo strategico, di un partito politico tradizionale constaterete che, negli ultimi anni, da quando l’elemento ideologico si è fatto irrilevante, questo profilo si è molto appiattito su quello degli altri partiti che concorrono nell’arena politica nazionale. Le differenziazioni, seppur esistenti, si sono fatte meno marcate che in passato, almeno nella percezione del cittadino elettore. Non a caso, quando si parla di casta, solitamente si prende in considerazione tutta la classe politica, senza particolari distinzioni.

Un movimento che adotta la BOS, come logica strategica, non mira a differenziarsi dagli altri, ma ad essere diverso.

Cambiare le regole del gioco

Il percorso proposto da Kim e Maubourgne per cambiare le regole del gioco di un settore di business si sviluppa in una rivisitazione dei fattori critici di successo da compiere in  4 passaggi:

  • Eliminare
  • Ridurre
  • Migliorare
  • Creare

Trasferendo questo percorso nell’ambito politico, un movimento che si rifà alla logica strategica esposta dai due autori dovrebbe chiedersi:

  • Quali sono i fattori di successo che i partiti tradizionali ritengono scontati e che invece potrebbero essere eliminati?
  • Quali sono i fattori che potrebbero essere ridotti notevolmente sotto gli standard a cui fanno riferimento i partiti tradizionali
  • Quali sono i fattori che potrebbero essere elevati ben al di sopra degli standard a cui fanno riferimento i partiti tradizionali?
  • Quali sono i fattori che potrebbero essere creati ex novo in quanto mai offerti prima dal sistema partitico tradizionale?

Senza entrare nel dettaglio delle curve di valore di ciascun prtito/movimento politico, possiamo comunque sottolineare alcune diversità evidenti tra i partiti tradizionali ed il M5S che avvalorano l’ipotesi qui formulata:

  • Rapporto con gli altri partiti/movimenti: da una parte c’è l’idea che le alleanze siano fondamentali – dall’altra la volontà di andare da soli
  • Visione del partito da parte dei rappresentanti: da una parte il partito spesso  è  visto come un trampolino per il successo personale – dall’altra c’è una spersonalizzazione estrema dei rappresentanti
  • Rapporto con i media: da una parte i talk-show sono utilizzati come mezzo per diffondere la propria immagine e le proprie idee – dall’altra c’è la volontà dichiarata di non partecipare ad alcun talk-show
  • I rapporti all’interno del partito/movimento: da una parte è abbastanza diffusa la creazione di correnti/cordate attraverso cui condizionare l’indirizzo politico e determinare il successo personale – dall’altra si evitano accuratamente le riunioni fisiche e si discute solo dove c’è separazione fisica, cioè in rete (almeno fino a quando non si sono formati i gruppi parlamentari)
  • I rapporto con la rete: da una parte è vista come mezzo per informare – dall’altra, come mezzo per partecipare

Un altro elemento di distinguo, vitale per marcare la propria diversità, è il rispetto delle regole interne, ossessivamente perseguito.

Se li leggiamo attraverso la lente della BOS alcuni dei cosiddetti “decaloghi” o “editti”, occorsi durante il periodo pre elettorale, assumono un connotato strategico ben preciso: quello di richiamo alla disciplina strategica, alla disciplina necessaria per eseguire correttamente la strategia adottata.  Una strategia a lungo termine che, per avere successo, non può accettare deragliamenti. Possono essere inquadrati come deficit di democrazia solo ad una lettura superficiale. Questi richiami sono orientati ad un rispetto direi maniacale per la forma o meglio per le regole che chi ha aderito al movimento ha accettato di seguire, giuste o sbagliate che ci possano sembrare. Il non statuto del M5S (diventato poi statuto) è più “statuto” degli statuti dei partiti tradizionali dove c’è sempre spazio per una deroga.

Dal post al gruppo parlamentare

Adesso sarà tutto più difficile. Persone che non si conoscevano, accomunate solamente da alcuni principi guida ed alcuni punti programmatici, da voci nella rete sono diventate membri di un gruppo decisionale dove ci si incontra e ci si confronta fisicamente. Questo comporta che siano soggette a tutte le dinamiche umane ed organizzative che si creano sia nei gruppi, sia tra gruppi ed ambiente esterno. Con in più la tensione per il periodo critico che stiamo attraversando come paese che richiede risposte efficaci e soluzioni concrete da applicare nel breve termine.

Il successo elettorale superiore alle aspettative ed il risultato delle altre forze politiche in campo hanno, di fatto, cambiato il posizionamento strategico del movimento: da controllore politico di decisioni altrui, a decisore determinante per il futuro del paese. Questo richiederà in tempi brevi un mutamento di approccio mentale: da cittadino eletto che controlla l’operato altrui, a cittadino eletto a cui altri cittadini chiedono di rendere conto del proprio operato. Dalla “responsibility” di controllare alla “accountability” del proprio agire politico. Ma questa è un’altra storia ancora da scrivere.