Performance Management Review compie il primo anno di vita. È l’occasione per fare un bilancio dell’attività svolta ed alcune considerazioni sul futuro.

Innanzitutto i numeri. Nel 2013 il sito è stato visitato da 10.179 visitatori unici. Complessivamente le visite sono state 12.896 e le pagine visualizzate sono state 27.226. Nel corso delll’anno sono state prodotte e distribuite 4 newsletter agli iscritti alla mailing-list che si attestano intorno al migliaio di persone.

Di certo non sono i numeri stratosferici che siamo abituati a vedere in rete. Comunque ritengo che quello raggiunto sia un buon risultato per un sito italiano di nicchia che si occupa di uno specifico argomento manageriale: la gestione della performance, nel suo primo anno di vita.

L’auspicio è che diventi, nel prossimo futuro, sempre più un punto di riferimento e di incontro per tutti coloro interessati sia ad ampliare le proprie conoscenze, sia a diffondere le proprie considerazioni sull’argomento.

La domanda che mi pongo, e che pongo anche a voi, è se abbia ancora un senso parlare di gestione della performance nel contesto in cui viviamo e lavoriamo, a fronte di una realtà “contaminata” e preoccupante, quale quella odierna. Infatti, il futuro, nonostante qualche timido progresso, si presenta ancora altamente incerto e preoccupante soprattutto per il nostro paese.

A questo proposito, vorrei sottoporre alla vostra attenzione alcuni dati provenienti da fonti autorevoli, che letti tutti assieme dipingono un quadro certamente non rassicurante:

1) Il Word Economic Forum nel novembre 2013 ha pubblicato il report Outlook on the Global Agenda 2014 (38MB). In questo rapporto si afferma che, tra le 10 sfide più impegnative che si dovranno affrontare nel 2014 a livello mondiale, il 2° posto, in ordine di priorità, è occupato dall’ampliarsi del divario tra ricchi e poveri ed il 3° posto da una persistente disoccupazione strutturale. L’ampliarsi del divario fra ricchi e poveri è una fenomeno che adesso si avverte in maniera evidente anche all’interno  dei paesi industrializzati e che è destinato a minare profondamente il tessuto sociale soprattutto se si accompagna (come causa ed al contempo effetto) ad un incremento consistente e duraturo, della popolazione disoccupata.

2) OXFAM, riprendendo le considerazioni del rapporto stillato dal WEF, il 20 gennaio 2014 ha pubblicato un “briefing paper” dal titolo estremamente emblematico: Working for the Few (874KB) nel quale si evidenzia che:

  • le 85 persone più ricche al mondo posseggono una ricchezza equivalente a quella posseduta dalla meta più povera della popolazione mondiale (3,5 miliardi di persone)
  • il 50% della ricchezza globale è posseduta dall’1% della popolazione (le persone più ricche)

“Il rapporto dimostra, con esempi e dati provenienti da molti paesi, che viviamo in un mondo nel quale le élite che detengono il potere economico hanno ampie opportunità di influenzare i processi politici, rinforzando così un sistema nel quale la ricchezza e il potere sono sempre più concentrati nelle mani di pochi, mentre il resto dei cittadini del mondo si spartisce le briciole”, afferma Winnie Byanyima, direttrice di Oxfam International. “Un sistema che si perpetua, perché gli individui più ricchi hanno accesso a migliori opportunità educative, sanitarie e lavorative, regole fiscali più vantaggiose, e possono influenzare le decisioni politiche in modo che questi vantaggi siano trasmessi ai loro figli”. Una diseguaglianza ormai insopportabile, che non solo si perpetua, ma sta acuendo sempre più gli effetti perversi che genera.

3) La Banca d’Italia nel Supplemento al Bollettino Statistico: I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2012 (1,15MB) pubblicato il 27 gennaio 2014 osserva che: “la ricchezza familiare netta, … , presenta un valore mediano (cioè quello detenuto dalla famiglia che occupa la posizione centrale nella distribuzione della ricchezza) pari a 143.300 euro. Il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede il 46,6 per cento della ricchezza netta familiare totale (45,7 per cento nel 2010). La quota di famiglie con ricchezza negativa è aumentata al 4,1 per cento, dal 2,8 del 2010. La concentrazione della ricchezza, misurata in base all’indice di Gini, è pari al 64 per cento, in aumento rispetto al passato (era il 62,3 per cento nel 2010 e il 60,7 nel 2008)”. Quindi l’ampliamento del divario tra ricchi e poveri è un fenomeno che colpisce anche il nostro paese. Il documento evidenzia anche un aumento della vulnerabilità finanziaria delle famiglie. Infatti “condizioni di vulnerabilità finanziaria, identificate dalla presenza congiunta di una rata per il rimborso dei prestiti superiore al 30 per cento del reddito e da un reddito monetario inferiore alla mediana, riguardano circa il 13,2 per cento dei nuclei indebitati e il 2,6 per cento del totale delle famiglie. Il fenomeno appare in aumento rispetto al passato (+3,1 punti percentuali tra le famiglie indebitate; +0,4 sul totale). La mancanza di liquidità sta distruggendo sia le imprese, sia le famiglie

4) Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel suo intervento ad ASSIOM FOREX l’8 febbraio 2014, ha affermato che il tasso di disoccupazione in Italia ha raggiunto un livello prossimo al 13% e il tasso di occupazione per quelli di età compresa tra i 15 e i 24 anni, escludendo gli studenti dalla popolazione di riferimento è sceso al 43% dal 67% del 2007 e al 66% dal 74% del 2007 per la classe di età tra i 25 ed i 34 anni: l’occupazione rischia di tornare a crescere lentamente e con ritardo rispetto alla ripresa delle attività. Prosegue il calo dei prestiti alle aziende italiane anche se le condizioni di liquidità delle banche sono migliorate rispetto all’anno precedente ed il tasso di ingresso in sofferenza ha smesso di crescere nel terzo trimestre del 2013. Inoltrre Visco ha aggiunto che le previsioni della Banca d’Italia indicano una crescita del PIL di tre quarti di punto nel 2014, dato inferiore rispetto alle previsioni dei documenti di programmazione finanziaria del governo, che, se confermato, potrebbe comportare l’esigenza di una ulteriore manovra finanziaria con effetti recessivi tutti da verificare.

5) La Commissione Europea ha appena rilasciato il rapporto biannuale sulla corruzione nei paesi membri dell’Unione Europea relativo al 2013 (per vedere e scaricare il rapporto completo cliccare su Special Eurobarometer 397 14,5MB). Come i rapporti precedenti, anche questo rapporto evidenzia come la corruzione sia percepita dalla maggioranza del campione dei cittadini europei intervistati come uno dei principali problemi per il proprio paese e per le istituzioni a qualsiasi livello. I dati contenuti sono estremamente sconfortanti soprattutto per quanto riguarda il nostro paese. Il 97% del campione italiano intervistato percepisce la corruzione come un fenomeno molto (58%) o abbastanza (39%) diffuso. Un 74% del campione considera che il livello di corruzione sia aumentato negli ultimi tre anni (il riepilogo dell’indagine relativo all’Italia per il 2013 è visibile e scaricabile cliccando su Eurobarometro 397 IT  1,7MB). Mentre per quanto riguarda il primo dato non è possibile fare un confronto con il rapporto precedente in quanto la domanda era stata posta in modo diverso (vedi il riepilogo 2011 su Eurobarometro 374 IT  1,9MB) il dato relativo alla percezione di un aumento della diffusione della corruzione è passato in soli due anni dal 56% al 74%. Fatto salvo che “percezione della corruzione” non equivale automaticamente a “corruzione” la sensazione che se ne trae è che la corruzione sia ormai considerata un fenomeno pervasivo della cultura imprenditoriale e della cosa pubblica nel nostro paese.

senza essere o fare i disfattisti, questa la mera realtà con la quale siamo costretti a confrontarci sia a livello mondiale, sia a livello nazionale. Negarla non serve. Averne piena consapevolezza può aiutarci a trovare le soluzioni migliori per mitigarne gli effetti perversi nell’immediato e per migliorarla successivamente.

Per concludere, tornando alla domanda  iniziale, la risposta che mi dò e che spero vi diate anche voi è si, ha senso insistere sulla gestione della performance, perché, nonostante tutto, ha sempre senso, anche nella nostra piccolissima sfera di influenza e competenza, provare a rendere il mondo un po’ migliore.